L’India, il paese che non ti lascia mai

Introduzione – Perché l’India

Gennaio 2026, io e la mia compagna decidiamo di andare in India in estate, la nostra estate. 
In realtà questa decisione non è nata davvero in un momento preciso. Era lì da un po’, si è formata lentamente, attraverso letture, fotografie, racconti, immagini viste per caso sui social.
Poi a un certo punto quando eravamo al dunque ha smesso di essere un’idea ed è diventa un biglietto aereo.

Come spesso mi è accaduto negli ultimi anni, da quando ho deciso che i viaggi devono regalarmi qualcosa, oltre a quel pizzico di ansia, ho cercato fin da subito di attribuire anche all’India un significato, se poi si sarebbe rivelata un semplice vacanza estiva poco importava. Forse è proprio questo il punto di partenza di certi viaggi: non sapere cosa si sta cercando.

Anche per questo prima di partire ho cercato di prepararmi. Ho letto, guardato fotografie e video, ascoltato racconti. E soprattutto ho incontrato, attraverso i suoi libri, Tiziano Terzani. L’India raccontata da lui non era quella delle brochure, e per ovvi motivi non poteva essere quella che andavo a visitare da turista, ma era un paese capace di mettere in discussione chi lo attraversa.
Forse, in parte era proprio questo che cercavo: non tornare solo con delle belle foto, ma capire se un luogo così diverso potesse darmi qualcos’altro.

Il nostro viaggio è iniziato: Firenze, poi Monaco di Baviera, poi Delhi.
Dopo mesi di immaginazione, tutto diventava reale e proprio quando l’aereo ha toccato terra, ho capito che il viaggio non sarebbe stato soltanto una semplice sequenza di luoghi.
Il primo impatto nonostante l’arrivo in tarda notte, è stato esattamente quello che temevo (o speravo) e allo stesso tempo diverso da ogni previsione. La mia Delhi non sembrava una città, ma qualcosa di infinito. Trentacinque milioni di persone, strade, mercati, clacson, mucche, Tuk Tuk, gente ovunque.
Un caos incredibile e impossibile da preparare a parole, anche a quell’ora della notte. Eppure dopo poche ore quel caos ha iniziato quasi a piacermi. Non lo capivo ancora, ma avevo già smesso di confrontare l’India con ciò che conoscevo.

Da lì il Rajasthan: Mandawa, Bikaner, Jodhpur, Pushkar, Jaipur, Ranthambore, Abhaneri, Fatehpur Sikri, Agra e infine Varanasi. Migliaia di chilometri, mezzi diversi, mercati, templi, villaggi. E soprattutto persone. Tante persone. Questa è la prima cosa che mi è rimasta: l’India, come scriveva Terzani, non ti lascia mai solo.
Anche quando una strada sembra vuota e sperduta nel nulla, qualcuno appare sempre. La vita è ovunque, senza pause.

Poi è arrivata Varanasi dove tutto si amplifica e si trasforma. Sul Gange, tra cerimonie, preghiere e cremazioni, la sensazione è quella di entrare in un mondo per noi indecifrabile. La vita e la morte convivono nello stesso spazio, senza separazione.
Sono tornato in Italia e tutto è ripreso normalmente. O almeno quello che chiamavo normale prima di partire. Poi è successo qualcosa di strano: dopo il sollievo del ritorno, hanno iniziato a mancarmi i clacson. Quel rumore continuo, quella confusione, quella presenza costante di vita. Ed è lì che ho capito che questo viaggio non ti lascia solo fotografie, ma qualcosa di più profondo. Non so se ho trovato qualcosa di particolare, forse no. Forse un viaggio non serve a questo. Forse non dà risposte, ma cambia le domande.
Quello che so è che sono partito cercando qualcosa e sono tornato con qualcosa che non mi aspettavo: un po’ di India dentro di me.

Delhi, la città che non inizia e non finisce mai

Il primo impatto con Delhi è difficile da spiegare. Non perché sia semplicemente caotica, ma perché nessuna parola riesce davvero a restituirla a chi nn l’ha vista. Delhi non mi è sembrata una città, ma qualcosa di continuo, senza confini.

Per chilometri si attraversano strade piene di tutto: auto, camion, tuk tuk, motorini, biciclette, mucche. Ovunque negozi, mercati, bancarelle, templi improvvisi. E soprattutto persone. Pur sapendo che qui vivono decine di milioni di abitanti, non riuscivo quasi mai a vedere le case per come le concepiamo noi. Solo strada, perché la strada è il vero centro della vita. C’erano persone che lavoravano, vendevano, mangiavano, dormivano. La strada non era un passaggio, ma uno spazio abitato.

E poi il rumore continuo, inquinamento acustico a livelli importanti che all’inizio sembra insopportabile ma poi diventa linguaggio. Il traffico di Delhi sembra impossibile finché non lo attraversi. Poi capisci che dentro quel caos esiste un ordine diverso. Le macchine passano a pochi centimetri, le moto si infilano ovunque, le mucche restano ferme in mezzo alla strada e tutto continua a muoversi. Il caos è totale, ma in qualche modo funziona e dopo un po’ smetti di combatterlo e inizi semplicemente a guardarlo.

La prima giornata è stata un susseguirsi di luoghi: Jama Masjid, memoriale di Gandhi, Old Delhi, Qutub Minar. Ma più dei monumenti resta la gente. Una donna con un bambino, lavoratori, animali, scene quotidiane.
A Old Delhi il mercato è un organismo vivo. Si cammina dentro la vita degli altri senza separazione.

Poi il Qutub Minar, la storia, la pietra, il passato. E infine il tempio Sikh. Qui ho visto qualcosa che va oltre la religione: un luogo dove si prepara e si distribuisce cibo gratuitamente a chiunque. Tutti lavorano insieme, senza distinzione. Non era solo spiritualità, era comunità concreta.

E proprio da questa prima immersione nasce il passaggio verso il Rajasthan, dove il ritmo cambia ma la presenza umana resta costante. Dopo un solo giorno ho capito che l’India avrebbe messo in discussione tutto ciò che pensavo di conoscere. Avevo immaginato il caos e ho trovato qualcosa di più complesso. Avevo immaginato una metropoli e ho trovato qualcosa senza inizio né fine. Avevo immaginato la povertà e ho visto una vita che occupa ogni spazio. Avevo immaginato la religione nei templi e l’ho trovata nella quotidianità.

La prima giornata non mi ha dato risposte. Mi ha dato una sensazione: qui non si può restare fuori.
Bisogna entrare. E forse il viaggio era già iniziato davvero.

Mandawa e Bikaner, quando il tempo cambia velocità

Lasciare Delhi significa lasciare qualcosa che sembra infinito. Poi molto lentamente la città si dirada, il paesaggio cambia, i colori diventano più caldi. Il Rajasthan.

Non c’è un confine nitido, solo un cambiamento graduale. La prima tappa è Mandawa. Più che una città è un villaggio, e sembra sospeso nel tempo. Haveli decorati, affreschi consumati, “strade” con mucche e mercati.
Ma non è un museo. È la vita quotidiana. Camminando ho avuto la sensazione di essere in un’altra epoca, non per somiglianza reale, ma per il ritmo: la strada come centro della vita. A Mandawa il tempo sembra scorrere più lentamente. La sera tutto si svuota, non ci sono nemmeno le luci, la mattina si ricomincia.
E proprio quando si ha l’impressione di essersi abituati a questa lentezza, il viaggio riparte verso Bikaner, dove il paesaggio si apre di nuovo.

Durante il tragitto mi accorgo di una cosa: anche dove sembra non esserci nulla, c’è sempre qualcuno. Una casa, un mercato, un animale, una persona. Anche questo particolare deserto non è mai vuoto.
Arriviamo a Bikaner e la città è più grande, più strutturata, ma ancora profondamente indiana.
Il mercato è di nuovo il centro. Tuk Tuk, persone, mucche, tutto insieme. E poi il forte Junagarh, che racconta un’altra India, quella dei maharaja.

Jodhpur e Pushkar, il colore della fede. 

A Jodhpur la città è quasi tutta blu. Dall’alto del forte l’effetto è molto particolare. Il colore nasce da una funzione pratica, ma è diventato identità.

Il mercato è affascinante ed è ancora una volta il cuore della città, situato sotto la torre dell’orologio di evidente architettura anglosassone. Poi il forte, che permette di capire la città dall’alto.
Ma la vera Jodhpur è nelle strade e nei vicoli, sempre più degradati in base alle classi che li abitano ma tutti blu. E qui assistiamo anche a una cerimonia religiosa dentro il cortile di una casa. Non è uno spettacolo, è vita quotidiana con tanto di cena alla quale ci invitano a restare. La religione entra direttamente nella casa, nella famiglia, nella giornata. In India la fede non è separata dalla vita (ammesso che l’Induismo possa essere definita una religione). 

Lasciamo Jodhpur e andiamo verso Pushkar. Anche qui, ovunque lungo la strada, c’è vita. Mai vuoto.
E proprio mentre il paesaggio si apre verso il deserto, si percepisce un passaggio graduale verso qualcosa di più intimo e raccolto. Arriviamo a Pushkar, città sacra intorno al lago. Le persone pregano, si immergono nell’acqua, compiono rituali. La religione è ovunque. Al tramonto la luce cambia tutto. Pushkar diventa silenziosa, ma piena. E capisco che non tutto deve essere compreso subito. Alcune cose vanno solo osservate.

Jaipur, Ranthambore e Fatehpur Sikri, le molte Indie

Jaipur è invece la Città Rosa, anche se il colore cambia con la luce. La città sembra più ordinata, ma il caos rimane. In India il nostro concetto di ordine e di bellezza è diverso. Forte Amber, Palazzo dei Venti, Jantar Mantar: luoghi molto diversi che raccontano una città complessa, tra scienza, potere e cultura.

Passiamo per Bagru, un piccolo villaggio artigianale (quasi alluvionato per l’occasione), e poi Ranthambore.
Qui tutto cambia: silenzio, natura, niente traffico. E proprio questo silenzio prepara il passaggio a un’altra forma di attesa: quella del safari. Il safari è un’altra India. Cerchiamo la tigre ma non la vediamo. E va bene così.
Non tutto deve farsi trovare.
Poi un episodio spiacevole con altri viaggiatori indiani mi ricorda che l’India non è un’idea romantica: è reale, con tutte le sue contraddizioni. E questo fa parte del viaggio.

A Abhaneri il Chand Baori è una struttura incredibile, geometrica, quasi impossibile.
Poi Fatehpur Sikri. Qui succede qualcosa di diverso. La città abbandonata, la moschea, la tomba di Salim Chishti. Per me è uno dei luoghi più belli del viaggio. Non solo per l’architettura, ma per ciò che rappresenta: incontro tra culture, religioni, storie diverse.
E proprio da qui si percepisce con ancora più chiarezza che ogni tappa non è isolata, ma parte di un unico racconto. E capisco sempre di più che l’India non è una cosa sola. È molte cose insieme. E ogni luogo ne mostra una diversa.

Agra e Varanasi, la perfezione e l’infinito

Tutti sanno che ad Agra c’è il Taj Mahal. E basta un primo colpo d’occhio per capire perché è così famoso.
Non è bello. È perfetto e qui parliamo del concetto di bellezza che tutti conosciamo. 
Simmetria, proporzioni, luce. Tutto sembra costruito per non avere difetti. Ho visto molti monumenti nei miei viaggi, ma qui la sensazione è diversa: sembra impossibile che sia stato costruito dall’uomo.
La luce lo cambia continuamente, ma la perfezione resta. E proprio quando si pensa di aver visto il punto più ordinato del viaggio, tutto si ribalta di nuovo.

Treno all’alba verso Varanasi. La stazione di Agra meriterebbe un capitolo a parte con gente che dorme ovunque e treni stracolmi che avevamo visto solo nei video sui social (il nostro non era così anzi…).
Il viaggio è diverso qui. Dal finestrino vediamo una campagna più pura, soprattutto risaie, meno villaggi e tracce dell’uomo. Un’India completamente diversa e più ci si allontana da Agra, più si ha la sensazione di entrare in un’altra dimensione. E poi eccoci a Varanasi dove tutto si trasforma (di nuovo).

Il Gange è il centro di tutto. Cerimonie, preghiere e vita quotidiana. E poi la morte, visibile, presente, senza nascondersi. Le cremazioni avvengono davanti a tutti. La vita continua intorno. È difficile da comprendere per chi arriva da fuori. Ma è reale. A Varanasi si ha la sensazione di essere veramente in un altro mondo, non perché sia irreale, ma perché troppo reale e puro rispetto a ciò a cui sono abituato. Il Gange è vivo solo su una sponda, la cerimonia al tramonto è qualcosa che ti da la carica, alle 4 del mattino migliaia di fedeli si recano sulla riva del fiume e nei templi prima di iniziare una normale giornata, ancora cremazioni: Varanasi. 
Dopo il Taj Mahal, qui vedo l’opposto: non la perfezione, ma la vita e la morte non come suo opposto ma come parte naturale di essa. E questo rimane dentro. 

Quando il caos comincia a mancare

Dopo quindici giorni siamo tornati. La nostra vita è ripresa come sempre. All’inizio sembrava tutto normale finché non ho iniziato a sentire la mancanza dei clacson. Quel rumore che prima mi sembrava insopportabile ora mi manca. Manca la confusione, la presenza continua di vita, il fatto che non tu non sia mai davvero solo.
L’India non ti lascia mai solo. E me ne sono accorto solo dopo essere tornato.
Forse i viaggi importanti fanno questo: non ti danno risposte, ma cambiano il modo in cui guardi le tue cose, quelle con cui ti misuri ogni giorno.
Ho visto il caos, la bellezza, la religione, le persone, la morte e la vita. E alla fine è questo che resta, ma soprattutto resta la sensazione che una parte di te sia rimasta lì (come qualcuno mi aveva raccontato prima di partire), in quelle domande che quasi ogni giorno ti poni quando affronti la tua vita.

L’India non mi ha lasciato solo e forse non lo farà mai.